ANCHE LA CINA E' SLOW

 

Pesticidi e ogm vietati, vendita diretta ai consumatori. La periferia di Pechino lancia la sfida: «Piantare solo verdura di stagione». A guidare la rivoluzione due attiviste, leader di un’associazione che si sta diffondendo in Cina: Slow Food.

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I pomodori sulla pianta hanno tutti una forma diversa e seguono una regola tassativa: non si coltivano in inverno. Il tè oolong invece va bene sino ad aprile, poi si aspetta la fine delle stagione delle piogge. D’altronde lo diceva anche Confucio, «bisogna mangiare solo frutta e verdura di stagione». Mafang Village, estrema periferia est di Pechino. Ai tempi delle fattorie collettive queste campagne abbandonate a 60 chilometri da piazza Tien An Men erano il granaio della città, ora in un campo sono riprese le coltivazioni. Sulla facciata di un casetta davanti agli orti c’è scritto, in inglese: «Chi è il tuo contadino? Da dove arriva quello che mangi?». 

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Shi Yan è nell’ufficio, ha 33 anni, un vestito di lino rosa e un Mac sulla scrivania. Già durante gli studi di Sviluppo rurale alla Renmin University di Pechino aveva capito che il suo futuro non sarebbe stato in città. «Una scelta che qui viene vista con molto stupore», spiega mentre prepara tre diversi tipi di tè. «Tutti i cinesi che studiano vogliono andare in città e diventare ricchi». Shi Yan invece ha deciso di fare la contadina. Nel 2012 ha preso in affitto un terreno abbandonato, creato una cooperativa agricola e formato uno dei primi gruppi di acquisto solidale in un Paese dove il cibo è parte fondamentale della cultura, ma dopo decenni di sviluppo è diventato spesso contaminato e senza gusto. Sempre nel 2012 Shi Yan è entrata a far parte di un’associazione italiana conosciuta in Corea del Sud, dove per la prima volta ha sentito quello slogan così simile al suo sogno: un cibo buono, pulito e giusto.

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SLOW FOOD IN CINA

Slow Food provava da tempo a diffondersi in Cina con piccoli gruppi gestiti da stranieri, ma i risultati erano scarsi perché le norme sull’associazionismo nel Paese sono molto restrittive. Così ha cambiato strategia. «L’unico modo per fare qualcosa di grande era ottenere la collaborazione del Governo», spiega Piero Kuang Sung Ling, coordinatore di Slow Food in Cina. Nel 2015 è così nata Slow Food Great China, che ora conta 400 soci ma entro la fine dell’anno punta a raggiungere quota cinquemila. A settembre al Salone del Gusto di Torino ci saranno i primi prodotti cinesi dell’Arca del gusto, un progetto internazionale che ha lo scopo di riunire 10 mila prodotti in via di estinzione.  «Stiamo lavorando per far nascere i primi presidi Slow Food», continua Piero Kuang Sung Ling. «E intanto cerchiamo di sensibilizzare la popolazione e i piccoli produttori, che devono riscoprire l’importanza di un cibo sano e rispettoso dell’ambiente».

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Il CENTRO PER LA RICOSTRUZIONE RURALE

Un importante partner di Slow Food Great China è il “Liang Shu-ming Center” di Pechino, un “Centro per la ricostruzione rurale” sorto nella periferia della capitale e formato da cooperative agricole, studenti, professori universitari e cittadini. «Le città cinesi sono diventate troppo grosse, e nel frattempo tantissimi agricoltori hanno abbandonato la terra in cerca di fortuna nelle metropoli», spiega Bai Ya Li, direttrice del Centro e membro del comitato scientifico di Slow Food Great China. «La coltivazione intensiva sembra ormai essere l’unica soluzione. I pesticidi sono usati anche dai contadini più piccoli».

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Sulla scia degli scandali alimentari sempre più cinesi sono consci di mangiare cibo che proviene da un territorio dove acqua, aria e terra sono inquinati. «Ormai è davvero difficile trovare piante e animali cresciuti in modo sano», continua Ba Ya Li mentre mostra con orgoglio gli orti del Centro. «Eppure c’è sempre più gente che li desidera. Per questo organizziamo tirocini, workshop evisite guidate nelle cooperative: per riscoprire coltivazioni e allevamenti naturali». Con il Centro collabora anche Shi Yan, che è stata coordinatrice di Slow Food a Pechino e porta l’esperienza della sua fattoria: Shared Harvest.

SHARED HARVEST

«Questa zona era incolta da anni», spiega Shi Yan indicando i campi di insalata. «Ormai Pechino riesce a produrre solo il 30 per cento del cibo che le serve. La maggior parte arriva dalla regione dello Shandong, dove viene coltivato intensivamente e costa meno. Ma la qualità è pessima».  La fattoria di Shi Yan segue il metodo delle Csa, le “comunità supportate dall’agricoltura” che Shi Yan ha conosciuto negli Stati Uniti. Diffuse soprattutto in Francia e Gran Bretagna, le Csa creano un rapporto di fiducia tra piccoli agricoltori e clienti che si accordano per la fornitura di un’intera stagione: chi coltiva sa che il raccolto sarà venduto, chi consuma ha la certezza di avere frutta e verdura fresca.

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Nella fattoria di Shi Yan ci sono una ventina di lavoratori, di cui dieci contadini locali. Comprare gli ortaggi per un anno significa ridurre di 50 chili l’uso di fertilizzanti e di tre decilitri quello dei pesticidi. Ogni 20 clienti un contadino può coltivare in modo sostenibile; ogni cento, cinque ragazzi potranno vivere in campagna; ogni mille, una comunità rurale sarà formata.  In Cina le Csa sono poche centinaia e coinvolgono 100 mila consumatori. Le coltivazioni delle cooperative aderenti al “Liang Shu-ming Center” di Pechino - una città da 20 milioni di abitanti - servono appena 3 mila persone. 

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«Ma questo tipo di agricoltura affascina sempre più giovani», assicura Chu Qing Yi, 22 anni, studente di economia e tirocinante nella fattoria di Shi Yan. Chu viene da Harbin, inquinata megalopoli cinese al confine con la Corea del Nord. «Molti ragazzi della mia età non hanno mai visto crescere la frutta e la verdura. La cosa incredibile – dice staccando un pomodoro dalla pianta – è che qui ogni ortaggio ha un altro sapore rispetto a quelli che mangiamo in città. E’ più buono perché non si usano né pesticidi né fertilizzanti. Per gli europei può sembrare normale, ma qui è la fantascienza».