BOLIVIA, LA SCUOLA NELLA MINIERA


E’ in Bolivia, a 4700 metri sul livello del mare. La scuola Robertito di Potosì è accanto alle bocche del Cerro Rico, la miniera di argento più grande del mondo. Salva i figli dei minatori da un’infanzia di lavoro. Ma rischia di crollare sotto i colpi della dinamite.

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Le pareti azzurre della scuola Robertito risaltano tra le case di pietra e la strada sterrata. Nel suo piazzale i bambini disegnano con i gessetti colorati, saltano la corda e si rincorrono; fuori dal cancello i minatori spingono carrelli colmi di terra mentre masticano foglie di coca. «Quando fanno esplodere le rocce con la dinamite, le mura della scuola tremano», racconta il preside, Donato Ortega.  «E’ così che si è formata questa crepa sul soffitto». Bolivia, 4700 metri sul livello del mare. La Escuela Robertito è davanti al tunnel d’ingresso della cava Roberto in uno slargo fangoso con le rotaie.  Seicento metri più in giù c’è Potosì, seconda città più alta del mondo e simbolo dello sfruttamento spagnolo in Sud America. 

 Nella scuola Robertito, durante la ricreazione

Nella scuola Robertito, durante la ricreazione

Quando nel Seicento la miniera del Cerro Rico inondava l’Europa di argento,  Potosì era la città più ricca dell’emisfero e si racconta che anche i ferri di cavallo fossero del metallo prezioso. Con l’esaurirsi dei filoni perse però ricchezza e prestigio, sino a diventare una delle città più povere della Bolivia. Ora sono in 15 mila a lavorare nel Cerro: centinaia di persone abitano in case con tetti di lamiera sui fianchi della montagna, una piramide di roccia rossa sventrata da secoli di scavi. La Scuola Robertito è stata costruita nel 2007 da Voix Libres, una fondazione svizzera che combatte il lavoro minorile in Bolivia. «Volevamo dare un futuro ai figli dei guardiani delle miniere», racconta Marianne Sébastien, presidente dell’organizzazione. «I bambini lavoravano insieme ai genitori e nessuno andava a scuola perché la più vicina è a due ore di cammino».

 Potosì, il Cerro Rico

Potosì, il Cerro Rico

In Bolivia vivono dieci milioni e mezzo di persone, tre milioni e mezzo hanno meno di 18 anni. Secondo l’Encuesta de trabajo infantil - un’indagine condotta dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2008, su cui si basa l’operato di Unicef e del Governo - in Bolivia 850 mila bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni sono coinvolti in attività economiche. Sono in gran parte indios che vivono nelle zone rurali: i più fortunati fanno i lustrascarpe o i pulitori di lapidi nei cimiteri, gli altri lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero o in miniera. Rispetto al resto della Bolivia, che con la presidenza di Evo Morales ha conosciuto una forte crescita economica, Potosì vive una profonda crisi per il crollo dei prezzi dei minerali. Il lavoro minorile è una piaga così diffusa da essere tollerato dal Governo, che concentra la battaglia contro i mestieri pericolosi e i luoghi più a rischio come i campi di canna da zucchero o le miniere.

 Potosì, vista dal Cerro Rico

Potosì, vista dal Cerro Rico

Per il Ministero del Lavoro la situazione nel Cerro Rico è migliorata rispetto al decennio scorso: i controlli sono frequenti e i minori di 14 anni trovati al lavoro sono poche decine al mese. Ma dal momento che il Ministero non dispone del personale e dei mezzi di trasporto necessari  -  i funzionari si spostano in autobus e a piedi tra le strade sterrate del Cerro – è di fatto impossibile stabilire quanti minori entrino davvero nella miniera. Secondo il capo minatore Oscar detto “El conejo” ogni anno sono più di tremila. «Tutti hanno diritto a lavorare perché tutti devono mangiare», afferma con una tranquillità quasi convincente. «Noi accogliamo ragazzini di 12 anni e anziani di 70. Ma è meglio venire a lavorare qui da anziani, perché chi comincia da ragazzino non invecchierà mai».  E’ quello che ripetono ai bambini della scuola Robertito gli insegnanti Nicolas e Jorge: «La speranza di vita per i minatori è 14 anni, se non si muore in un incidente arriva la silicosi polmonare».

 Minatori al lavoro nel Cerro Rico

Minatori al lavoro nel Cerro Rico

Ogni anno la Escuela Robertito assiste circa cento bambini e offre loro la colazione, il pranzo, i vestiti, il materiale scolastico. Ma soprattutto un posto sicuro dove passare la giornata, visto che intorno alle cave non esistono villaggi.  Anche se durante le vacanze scolastiche alcuni studenti entrano in miniera, negli ultimi anni la Robertito ha migliorato la vita a centinaia di famiglie. Così è successo a Delfin Fajardo Penias, 29 anni, ex baby minatore ora tuttofare dell’istituto con due figli iscritti nelle classi elementari.  L’ex studente Alvaro Laime Ruiloba, 18 anni, è cresciuto lavorando al Cerro Rico e ora collabora con la Caritas di Potosì per allontanare i più piccoli dal Cerro. La sua prima volta nella cava è stata a nove anni, per cercare pietre brillanti da vendere ai turisti. A 11 anni ha cominciato a caricare i vagoni e a 14 e fare le esplosioni con la dinamite. Da allora non ha più smesso. «Lo faccio perché ho bisogno di soldi. Per lavare le automobili mi danno 90bolivianos al giorno (12 euro ndr). Quando vado in miniera prendo 100, a volte 120 bolivianos.  So che è un lavoro brutto e pericoloso. Il mio fratellino non dovrà mai farlo».

 Studenti in attesa dello scuola-bus a Potosì, nel Cerro Rico

Studenti in attesa dello scuola-bus a Potosì, nel Cerro Rico

Gli insegnanti gioiscono per la presa di coscienza dei ragazzi, ma sono molto preoccupati per le condizioni strutturali della scuola. L’edificio è costruito proprio sopra una galleria dove si è ricominciato a scavare: le crepe nelle pareti sono numerose, il muraglione che circonda la scuola è già crollato una volta e il cortile sta sprofondando. La Fondazione Voix Libres ripete da tempo che da sola non può finanziare i lavori; a gennaio il municipio di Potosì ha stanziato l’equivalente di 24 mila euro per la costruzione di una nuova Robertito. «E’ un aiuto, ma non basta», spiega allarmato Nicolas Marin, responsabile di Voix Libres a Potosì. «Stiamo cercando disperatamente altri soldi. Per gli abitanti del Cerro questa scuola è l’unica speranza».

(D Repubblica.it, 19 agosto 2016)