BOSNIA, MIRACOLO BALCANO

 

Probabilmente il nome Bosnia evoca ancora le immagini di Sarajevo bombardata, con i grattacieli incendiati e il fumo che li avvolge.  Ma a distanza di quasi vent’anni il paese è rinato, pronto a mostrare un tesoro di spettacolari fortezze, moschee e chiese ortodosse. E le ferite della guerra.


Bosnia, non è una destinazione turistica. A Gradiska, paese di confine con la Croazia, gli uffici di frontiera sono dentro un container di lamiera e non si trovano cambia valute. Nel parcheggio della polizia può capitare di vedere macchine di grossa cilindrata sotto sequestro, senza targa, oppure un suv nuovo di zecca targato Florida. Si entra così nella Republika Sprska, la parte di Bosnia a maggioranza serba, e in mezz’ora si raggiunge Banja Luka, una delle capitali meno note in Europa. Ha 230 mila abitanti e un castello cinquecentesco che domina il fiume Vrbas, gli hotel e ristoranti sono pochi, ma il mercato centrale è un tripudio di ortaggi, carni e vasetti di miele. I venditori di immagini sacre e babucce di lana ne affollano gli ingressi.

  In un bar di Tuzla

In un bar di Tuzla

Lasciando la città si entra nella Federazione di Bosnia-Herzegovina: negli anni ’90 i posti di blocco rendevano i confini quasi invalicabili, oggi nemmeno si notano se non per i caratteri cirillici che scompaiono dai cartelli stradali.

In due ore di paesaggi incantevoli, con il fiume che scorre incastrato tra gole rocciose, si raggiunge la piccola Jayce, nota per le cascate e il castello che la domina dall’alto. Delle antiche case di legno con il tetto spiovente, tipiche delle zona, solo due sono sopravvissute alla guerra. Poco distante dalla città industriale di Zenica c’è Vranduk, un borgo di case costruite intorno a un forte in cima a una collina nascosta tra i monti. La temperatura in inverno è rigida e non bisogna stupirsi se le viuzze sono deserte: fuori dalle case con i comignoli fumanti ci sono solo cataste di legna e le pelli degli animali cacciati nei boschi.

In meno di tre ore di auto si arriva al castello di Srebrenik, fortezza inespugnabile costruita nel 1333 su uno sperone roccioso, contesa per secoli tra Ottomani e ungheresi. Un ponte di legno sorpassa il fossato, o meglio, un precipizio su rocce e cespugli.

  Srebrenik

Srebrenik

A 40 chilometri c’è Tuzla, città con un centro storico grazioso disseminato di edifici asburgici e vie pedonali. Ma la periferia è da apocalisse industriale, con una centrale elettrica e plotoni di edifici in cemento alti decine di piani. Da Tuzla cominciano le montagne, i boschi di conifere e i fiumiciattoli dalla terra rossa. Le case bombardate, incendiate e abbandonate si fanno sempre più frequenti: la Serbia è a un passo.

Nel centro di Bratunac, disastrata città di confine, per la prima volta compare il cartello “Srebrenica”. Il cimitero di Potocary, memoriale del genocidio, è una distesa di ottomila croci bianche in memoria dei bosniaci musulmani uccisi nel luglio 1995 dalle truppe serbo bosniache di Ratko Mladic. La vicina Srebrenica sembra una città in guerra, ovunque si scorgono scheletri di case con le facciate crivellate di colpi.

Una tortuosa strada di 22 chilometri tra le montagne porta alla statale per Sarajevo. Il paesaggio è affascinante ma il percorso è un po’ pericoloso: manca la segnaletica, l’asfalto è spesso carente e la strada è invasa dai sassi della montagna che si sgretola.

  I segni della guerra

I segni della guerra

Dopo duecento chilometri ad alta quota, attraverso le località sciistiche più frequentate della Bosnia, comincia la discesa per Sarajevo. Si entra subito nel quartiere turco di Bascarsia, il cuore della città: moschee, sinagoghe e venditori di kebab sono proprio accanto al centro asburgico e alle chiese ortodosse e cattoliche. La città è circondata dalle montagne: dal 1992 al 1995 le truppe serbe, appostate sui monti, hanno tenuto i più di settecentomila abitanti sotto assedio. Sarajevo si è salvata per un tunnel, un cunicolo di 800 metri sotto l’aeroporto – durante la guerra zona sotto il controllo dell’Onu – che consentiva di portare in città armi e cibo. Le torri gemelle, simboli di Sarajevo per anni rimaste con i segni della guerra, sono proprio accanto all’Holiday Inn. Durante la guerra era l’unico albergo in funzione e ospitava i giornalisti di tutto il mondo.

  Sarajevo

Sarajevo

In Herzegovina il paesaggio è sempre montagnoso ma più arido, sulle colline compaiono i vigneti. In questa regione si è molto combattuto e i segni della guerra si fanno di nuovo insistenti. A Mostar le viuzze del centro sono affollate di turisti e negozi di souvenir, i fori dei proiettili segnano le facciate delle case e di molti edifici rimangono solo i muri portanti. In una libreria un televisore mostra continuamente le immagini dei combattimenti, con i morti a bordo del fiume, le raffiche di mitra e gli edifici – anche quello in cui ora c’è la libreria - ridotti a cumuli di macerie.

  Mostar

Mostar

Nel silenzio del negozio lo Stari Most (il “vecchio ponte” ottomano costruito per volere di Solimano il magnifico nel 1566) viene bombardato con i missili dai croati-bosniaci e infine crolla nelle acque insieme a cinquecento anni di storia. Era il 9 novembre del 1993.

Oggi il ponte ricostruito è simbolo della guerra e patrimonio dell’umanità. I visitatori stranieri lo affollano per fotografare la cornice di campanili e minareti, le montagne brulle che sovrastano la città - per anni temute postazioni di cecchini – e il fiume Narenta, turchese come nelle cartoline.