INDIA, UN MILIARDO DI COLORI

 

Un viaggio da Delhi sino a Calcutta,  attraverso il Rajastan,  le terre di Kipling e la sacra Varanasi, l'antica Benares sulle sponde del Gange. L’unico luogo della Terra dove gli dei liberano l’anima dal samsara, l’eterno circolo induista di morte e rinascita


Appena si atterra a Delhi, 13 milioni di persone, si è investiti da un’aria calda e dolciastra. Il taxi sfreccia verso la città e gli occhi non sanno dove guardare. Città vibrante, ruvida, pazzesca, non bella. Old Delhi è un delirio di essere umani, si cammina tra mendicanti, carri, mucche, mercanti, lebbrosi, ancora mendicanti. Mentre si osserva il turbante di un sikh si è rapiti da bellissime induiste avvolte nei sari, un cane randagio sguscia tra le gambe e il muezzin richiama alla preghiera i musulmani.

Lungo i marciapiedi sorgono case di lamiera, ma se si prende la metropolitana sembra di essere in Giappone. E’ tutto pulito e nuovo, i biglietti sono elettronici, gli orari lampeggiano su schermi al plasma. Nel centro della megalopoli c’è New Delhi, capitale dell’India con ambasciate, e ministeri. Nella stazione ferroviaria i treni partono senza sosta, e in piena notte ci sono così tanti viaggiatori, taxi e senzatetto che sembra l’ora di punta.

Delhi

Delhi

A 200 chilometri nella città di Agra c'è il simbolo dell’India, il Taj Mahal, un mausoleo costruito da un sovrano per l'amata. “Una lacrima sul volto dell’eternità”, ha scritto il poeta indiano Rabindranath Tagore. Poco distante Fatehpur Sikri, città fantasma fortificata con una porta d’ingresso alta 54 metri, la più grande dell’Asia. Capitale dell’Impero Moghul per 15 anni, fu abbandonata per la mancanza d’acqua di quelle terre, troppo torride e asciutte per vivere.

Agra

Agra

Il Rajastan è arido e colorato, ma nelle città più turistiche c’è il rischio di vedere panzoni statunitensi sul calesse che fanno i filmini con il cappello da esploratore. Bundi è meravigliosa, e infatti Kipling vi si trasferì per dedicarsi alla scrittura. Le scimmie si rincorrono tra i vicoli e le case celesti dei bramhini, i viaggiatori sorridono sornioni mentre bevono frappè alla marijuana.

Su una rupe si staglia un palazzo del 1300, i guardiani affittano ai visitatori bastoni per difendersi dalle scimmie che lo popolano. Una giornata di viaggio e si arriva al Ranthambore Park. Un safari nella giungla tra rocce e cespugli costa meno di dieci euro, ma per avvistare tigri selvatiche serve molta fortuna.

Orchha

Orchha

Gli autobus che attraversano il Madhya Pradesh sono simili ai nostri, se li usassimo ancora per cinquant’anni. Catorci di lamiera affollati anche sul tetto con assi di legno a tappare i buchi sul pavimento. Per ore si vedono solo campi di cotone, strade sterrate, bufali, donne che camminano scalze sulla terra bruna con le brocche sulla testa.

Nei villaggi sperduti con la pompa d’acqua nella piazza centrale si può riposare con una sigaretta di foglie di mango in mano, e assaporare il silenzio e il profumo dei petali nei templi. E finalmente nella piccola Orccha una stazione ferroviaria in cui ogni tanto passano treni colmi di indiani, capre e galline.

Khajuraho

Khajuraho

Con un infinito viaggio si arriva a Calcutta, 15 milioni di persone. Antica capitale dell’India, evoca immagini di povertà e sofferenza a quasi tutti gli occidentali, ma è una città magnifica. Le strade sono disseminate di edifici coloniali fatiscenti, frastornate e intasate da una folla impazzita, l’odore del curry si mischia al fumo dei camion.

Miseria e opulenza convivono, gli indiani ricchi raggiungono i negozi Sony e Levi’s su riksciò trainati da indiani a piedi nudi, la città è un caleidoscopio di famiglie che vivono sui marciapiedi e ristoranti di lusso, teatri, mercati dei fiori e di banane.

Calcutta

Calcutta

Calcutta

Calcutta

Calcutta

Calcutta

Con una notte in treno si arriva a Varanasi, un tempo nota come Benares, una delle più antiche città al mondo. E’ la città sacra degli induisti, l’unico luogo della Terra dove gli dei liberano l’anima dal samsara, l’eterno circolo di morte e rinascita. In pochi attimi sui ghat, le scalinate di pietra che scendono nel Gange, si capisce perché il sogno di un miliardo di persone sia morire accanto a questo fiume.

Alcuni viaggiatori vedono solo la città fetida, flagellata da temperature che sfiorano i 50 gradi, topi e spazzatura, il Gange che sembra una fogna, gli innumerevoli mendicanti. Ma Varanasi è la meraviglia dell’India, è surreale come una leggenda, è la storia che si fa presente. E’ il Gange, enorme e silenzioso con le sue barche a remi, è la vita induista che prosegue immutata per milioni di persone, con i rituali di vita e di morte che si svolgono sotto gli occhi di tutti.

Varanasi

Varanasi

Varanasi è la spiritualità di un popolo immenso che si sfila le vesti tra la nebbia sottile e si immerge con riverenza e magia nelle acque, e affida al fiume ghirlande di fiori di loto rosa, lampade a olio e candele che illuminano il fiume al crepuscolo. Senza interruzione, sui burning ghat, si cremano i cadaveri. I cortei funebri attraversano i vicoli della città sino alla sponda del fiume e si fermano sotto i palazzi anneriti dai fuochi perenni, dove le nuvole di fumo non hanno mai il tempo di svanire. I corpi sono adagiati con rispetto sulle pire, cosparsi di fiori e incendiati, secondo un rito identico da decine di secoli.