L'ULTIMO EQUIPAGGIO DELLA COSTA CONCORDIA 

 

Un comandante, quattro ufficiali, sei tra marinai e tecnici di macchina. Da quando la nave è arrivata nel porto di Voltri-Prà, a Genova, vivono sul relitto giorno e notte.  La loro vita a bordo è top secret, ma uno di loro ha raccontato come si vive su una nave fantasma.

  Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)


Arriva all’ingresso del porto poco dopo le undici di sera. Un saluto alla guardia giurata che sorveglia l’accesso al terminal; uno sguardo alle nuvole, rossastre per le tante luci che illuminano il cielo come fosse il tramonto. «Sembra bel tempo. Per fortuna, sarà un turno tranquillo». E poi via, dentro al porto, per passare un’altra notte sulla Costa Concordia.

Dal 27 luglio la Concordia è un relitto ormeggiato nel porto di Voltri-Prà, nel ponente di Genova. Un equipaggio di undici persone la sorveglia ventiquattro ore su ventiquattro. Perché anche se non naviga, e soprattutto finché galleggia, la Concordia rimane una nave da crociera. E non si può lasciare incustodito un bestione da più di centomila tonnellate.

I nuovi proprietari – Saipem, società del Gruppo Eni, e San Giorgio del Porto, azienda genovese di riparazioni e trasformazioni navali – l’hanno quindi affidata a una squadra di marittimi dal giorno dell’attracco in Liguria. I cassoni montati ai lati la rendono in realtà più stabile di quando trasportava i turisti, ma con il mare non si mai. Solo un mese fa la Concordia è stata sfiorata da due trombe marine, investita da un vento così forte che sembrava un tornado.

  Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

L’equipaggio è composto da personale altamente addestrato, tutto italiano. «Abbiamo selezionato un comandante, quattro ufficiali, sei tra tecnici e marinai», spiega Gian Enzo Duci, amministratore delegato dell’Esa Group, società specializzata nell’arruolamento di marittimi. «Servono a garantire il rispetto del protocollo di sicurezza: monitorare il galleggiamento, il meteo e la tenuta degli ormeggi. Il loro contratto è una novità assoluta: non ci sono precedenti di marittimi su una nave da demolire. Ma non si può dire nulla di più, abbiamo una clausola di riservatezza da rispettare».

  Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

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UNDICI MARITTIMI IN GRAN SEGRETO

I proprietari della Concordia sono stati infatti chiari con tutti: della vita a bordo non deve trapelare nulla. Il tentativo di visitare la sede della San Giorgio del Porto, nello scalo di Genova, si è interrotto davanti al controllo della vigilanza. L’ufficio stampa non organizza interviste ai vertici dell’azienda e comunque non dà alcuna informazione sull’equipaggio.

Non resta che il terminal di Voltri-Prà: 140 ettari di tir e container dove nessuno sa quasi nulla sulla Concordia. Non i portuali, né le guardie giurate dei varchi o la portineria della dogana. Nemmeno Vito de Caro, che gestisce il bar nel centro del terminal e sente i discorsi di tutti. «Alcuni operai della San Giorgio del Porto vengono qua a pranzo. Ma non possono parlare del loro lavoro». Un meccanico romeno offre addirittura un posto nel bagagliaio della sua auto per saltare i controlli e arrivare vicino al relitto. Dice di conoscere i tecnici del servizio elettrico e antincendio sulla Concordia: lavorano con l’equipaggio, ma sono silenziosi come tombe.

«Trattano una bara marcia come fosse una nave di cristallo», ironizza un vigilante che vuole restare anonimo. Ogni giorno la guardia vede passare centinaia di tir e automobili. Corrieri, giornalisti, ficcanaso, curiosi. In porto conosce tutti. Compresi i membri dell’equipaggio della Concordia.

  Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

«ECCO COME SI VIVE SU UN RELITTO»

L’incontro è poco dopo le undici di sera, sull’Aurelia. Viso ruvido, scarpe antinfortunistiche, tuta da fabbrica, k-way. Il marittimo della Concordia è chiaro: «Nessuno deve sapere il mio nome, altrimenti vengo licenziato».

Leviamo subito il primo dubbio: la San Giorgio del Porto nega che ci sia un vero equipaggio e che esista un comandante. «Certo che siamo un equipaggio. Ci sono i marinai, gli ufficiali di macchina e di coperta. E figurarsi se non c’è un comandante: non esiste una nave senza comandante. Siamo tutti marittimi con grande esperienza, dai quarant’anni di età in su. Gente con anni di lavoro su traghetti e navigazioni transoceaniche su petroliere e mercantili. Il nostro compito principale è controllare la stabilità della nave e accertarsi che i cavi di acciaio reggano. Il sistema che hanno inventato per far galleggiare la Concordia è sicuro e quando il tempo è bello non ci sono problemi. Ma diventa tutto più difficile quando piove o c’è vento. Il più pericoloso è il Libeccio».

L’equipaggio è in contatto costante con la Capitaneria di porto e gli ormeggiatori. Appena cominceranno le operazioni di alleggerimento dagli arredi, il ruolo dell’equipaggio sarà più delicato perché ci sarà molta più gente sulla nave.

  Foto di Fabio Bussalino   (Repubblica)

Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

La ciurma lavora in turni da tre persone che si danno il cambio a mezzanotte, alle otto di mattina – il turno in cui è presente il comandante – e alle quattro di pomeriggio. La vita sulla Concordia ruota intorno al container posizionato sul tetto della nave. All’interno è allestita la centralina meteo, ci sono la sala con tutti i computer e il generatore elettrico. L’ufficiale di macchina controlla che la temperatura degli impianti sia sempre stabile.

«Chi sta all’aperto fa la ronda continuamente, ognuno per conto suo. Non possiamo andare dove vogliamo né entrare nella nave. E’ assolutamente vietato e pericoloso. Dentro è un macello ed esce un odore tremendo». I membri dell’equipaggio abitano tutti a Genova. Tornano a dormire a casa, mentre fanno i pasti sulla nave. «Ogni venti giorni ci portano le vaschette di cibo surgelato, che scaldiamo con un forno microonde. Si mangia come sull’aereo: pasta, riso, pietanza con carne e verdure. Dessert. Non si beve nessun tipo di alcolico. Solo acqua».

I minori di grado prendono circa millecinquecento euro al mese. Se non tira vento, le notti passano tranquille: ci sono solo il rumore del mare, la brezza e il proverbiale freddo di Prà. «Ma come turno di lavoro è meglio. Di giorno ci sono altri operai e non ci si può rilassare un attimo. Passatempi? Non ce ne sono. Al massimo le sigarette e la radio».

  Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

Foto di Fabio Bussalino (Repubblica)

Si è fatto tardi, è quasi mezzanotte. Il marittimo attraversa due chilometri di porto e subito dopo i binari della ferrovia c’è un altro posto di blocco, di notte senza guardiani. Da lì comincia una strada sterrata di un chilometro e mezzo tra i container: porta all’estremità orientale dello scalo, dove c’è la zona di lavoro della San Giorgio del Porto e l’ultimo checkpoint con tanto di griglie, pattugliato da un’altra vigilanza privata. Continua a piedi sino alla banchina: ad aspettarlo il battello che lo accompagna con i colleghi di turno sulla nave. Pochi minuti in acqua ed è sulla Costa Concordia, illuminata come un grattacielo in mezzo al mare.