"Peschiera" non esiste più: è stato coworking per architetti, artigiani e artisti

Le chiavi sono già state riconsegnate: “Peschiera” non esiste più. Per chi a Genova oggi ha trent’anni, è difficile non averne mai sentito parlare. Perché da quando nel 2013 questo spazio di coworking è sorto nei basamenti di un edificio nobiliare sopra piazza Corvetto, in via Peschiera 8 si sono alternate decine e decine di artigiani e artisti. Le porte degli studi si sono aperte ai loro amici, e così agli amici degli amici: ed è stato un fiorire di incontri, collaborazioni, amicizie.

peschiera1.png

A dar nuova vita a questo antico ricovero per carrozze di Villa delle Peschiere, ex centro medico abbandonato, era stata l’intraprendenza di un gruppo di neolaureati della facoltà di architettura, desiderosi di avere uno spazio senza troppi fronzoli da adibire a ufficio ma anche a laboratorio. Due piani, tante stanze, spirito sbarazzino, dinamiche libertarie. Il luogo di lavoro era inusuale, ma è bene sgombrare il campo a dubbi: c’era un contratto d’affitto (che i proprietari dei locali hanno deciso di non rinnovare) e da mattina a sera a Peschiera si lavorava, anche il fine settimana.

2.png

È lì che ha avuto sede il Gruppo Informale, team genovese di ricerca e sperimentazione in architettura partecipata e riuso che con una squadra di trentenni ha firmato la ristrutturazione del Mercato del Carmine, intrecciando nel corso degli anni collaborazioni con diverse realtà pubbliche e private genovesi, dal Teatro della Gioventù all’Università, sino agli allestimenti di locali sorti nel centro storico.

Intorno ai ragazzi del Gruppo Informale si è da subito radunato un microcosmo di liutai, illustratori, designer, artisti, piccoli editori, clienti, curiosi: a Peschiera si è lavorato il legno, dipinto, disegnato vestiti, stampato, progettato biciclette e forni in terra cruda, organizzato concerti e spettacoli teatrali. «Qui dentro siamo cresciuti, entrati da studenti freschi di laurea senza partita Iva, usciti professionisti e pure genitori», è il commento di tanti protagonisti ormai brizzolati di questo esperimento di lavoro fianco a fianco, consci che “Peschiera” è rimasto sempre un po’ sottotono rispetto alle potenzialità. Visto la notorietà raggiunta tra i coetanei genovesi, a un certo punto i ragazzi si erano pure costituiti in associazione per poter ospitare eventi. Tanto per fare un esempio: nel 2015 lì suonarono in forma privata lì gli Ex-Otago, per una raccolta fondi di quello che sarebbe diventato l’album del boom, “Marassi”.

3.png

Ma alla fine non se n’è fatto niente, la gestione flessibile ha avuto la meglio. I compagni di coworking non si sono mai dati un organigramma, un ufficio comunicazione o un portavoce, ma d’altronde “Peschiera” non ha mai avuto nemmeno un nome ufficiale o una pagina Facebook. Pure il profilo Instagram è nato solamente a luglio, a trasloco già deciso, per liberarsi più facilmente della tanta mobilia accumulata. L’idea di una mostra finale, divenuta troppo rischiosa per la burocrazia e il distanziamento sanitario, si è ridotta a un’esposizione un venerdì di metà ottobre, poche ore il pomeriggio, pubblicizzata solo tra gli amici. Giusto in tempo per prendere le ultime cose, dare una sbirciata alle stanze ormai vuote e lasciarsi alle spalle i portoni di legno in via Peschiera 8: negli ultimi sette anni, è stato davvero raro trovarli chiusi.